«Nel linguaggio del diritto pubblico romano, dice il Dizionario Epigrafico di Antichità Romane di Ettore De Roggiero (1922, pag. 37), fasces sono quei mazzi o fastelli composti di una scure (securis) e di più vimini o bacchette (virgae) legati insieme da una correggia, secondo la notizia di Lydus (De Mag. I, 32) di color rosso, e che servivano come insegna propria soprattutto dei magistrati superiori».
II nome fasces, il cui significato originale etimologico appare ancora nell'italiano fascio e fascina, sta ad indicare il carattere fondamentale di questo simbolo, ossia il legame e l'unione delle varie verghe del fascio in una unità cui compete l'imperio della giustizia rappresentato dalle verghe.
I Romani usavano la parola fasces al plurale, i fasci, perché in generale i littori, che portavano i fasci e precedevano i magistrati cui spettava tale diritto, erano in numero variabile, ma, tranne pochissimi casi, erano sempre più di uno. Così i littori che precedono i consoli sono in numero di dodici (1); e questo numero di dodici littori divenne addirittura il segno della dignità consolare (2).
Il dittatore, almeno al tempo di Silla, ne aveva ventiquattro (3), il decemviro del giorno ne aveva dodici, e dodici ne ebbero gli imperatori romani sino a Domiziano che ne ebbe ventiquattro. Altri magistrati ne ebbero in numero minore, come ad esempio il magister equitum che ne aveva sei; ma gli esempii addotti fanno vedere che nel caso fondamentale dei consoli e degli imperatori il numero dei fasci era dodici, e gli altri casi danno per numero dei littori multipli o sottomultipli del numero dodici. È questa una prima importante e sicura constatazione.
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| Reghini, Il fascio littorio.pdf | 72.61 KB |