Diversi anni or sono Luigi Valli dava alle stampe: «La Chiave della Divina Commedia» in cui, procedendo felicemente lungo la linea interpretativa divinata dal Foscolo e poi seguita da Gabriele Rossetti, dal Perez, dal Pascoli e da qualche altro, riesciva a porre in evidenza trenta armonie tra l'Aquila e la Croce nel poema sacro, ed a rintracciare, almeno in parte, la dottrina nascosta sotto il velame delli versi strani. Il pensiero esposto e simultaneamente occultato da Dante sarebbe, molto sinteticamente, questo: La Croce si è mostrata impotente a redimere di fatto l'umanità e non può redimerla da sola. Occorre il concorso dell'Aquila, ossia dell'autorità e della giustizia imperiale, oc-corre ristabilire l'Impero, ritogliere alla Chiesa l'infausta dote datale da Costantino; avrà allora fine senz'altro la corruzione della Chiesa e l'umanità, grazie alla doppia virtù della Croce e dell'Aquila, potrà effettivamente salvarsi. Dante proclamava apertamente che sulla cattedra di San Pietro stavano degli indegni usurpatori, dei predicatori di ciancie, che non possedevano il verace intendimento dato da Cristo al suo primo convento; e velatamente aggiungeva che sul carro della Chiesa stava seduta la meretrice apocalittica, riconosceva il fallimento della predicazione della Croce e la necessità dell'intervento dell'Aquila imperiale per salvare l'umanità. Questa concezione ardita e per certo cattolicamente poco ortodossa inspirava non soltanto gli scritti ma anche l'azione di Dante, intesa ad attuare il suo programma mediante le armi dei Templari dapprima, e poi dell'Imperatore.
Seguendo logicamente il filo di questi studi Luigi Valli successivamente pubblicava un poderoso volume, estremamente importante ed interessante, intitolato: «Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d'Amore». I primi secoli della letteratura italiana e tutta la storia e le lotte di quei tempi sono l'oggetto di questo studio, e si presentano sotto una luce ed un aspetto dai più sino ad ora insospettato ed inaspettato. Con un lavoro paziente, metodico, scientifico ed imponente il Valli, riprendendo l'opera incompresa e negletta del Rossetti, appura e dimostra l'esistenza sin dagli inizi della letteratura italiana di un linguaggio segreto, il gergo dei Fedeli d'Amore; ne decifra il senso, la molteplice allegoria dottrinale, settaria e politica, e riporta alla luce tutto un grandioso movimento, inspirato dalla «tradizione iniziatica» e nemico acerrimo della Chiesa di Roma.
Non potendo neppure succintamente riassumere le vicende di questa grandiosa lotta diremo solo come, attraverso questa comprensione, i poeti d'amore, gli scrittori del «dolce stil novo», che sembravano stranamente perdersi a cantare di un loro amore assurdo, manierato ed inconsistente, si trasfigurano in lottatori formidabili, in ardenti paladini della loro Fede Santa. Grandeggiano drammaticamente su tutti le nobilissime figure di Cecco d'Ascoli e di Dante Alighieri, questi tanto più grande quanto più sia compreso. Noi esterniamo a Luigi Valli la nostra ammirazione e la nostra riconoscenza; la sua opera costituisce, come l'abbiamo intesa definire, uno «spezzone di gelatina», e per quanto contro di essa si sono coalizzati il misoneismo miope e pigro della «critica positiva», le vestali dell'estetica pura e gli accorgimenti degli interessati, la luce è ormai fatta e finirà con l'imporsi.
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| Pietro Negri, Il linguaggio segreto dei Fedeli d'Amore.pdf | 57.55 KB |