La diffusione della conoscenza e lo spirito moderno

Rene Guenon

Autore

Guénon, René

Abbiamo già avuto più di un'occasione di dire quello che pensiamo delle tendenze moderne alla «propaganda» e alla «volgarizzazione», e dell'incomprensione che esse implicano nei confronti della vera conoscenza; quindi non abbiamo intenzione di tornare ancora una volta sui numerosi inconvenienti che presenta in generale la diffusione sconsiderata di una «istruzione » che si pretende di impartire in ugual misura a tutti, sotto forme e con metodi identici, il che non può portare che a una sorta di livellamento verso il basso: qui come dappertutto nella nostra epoca, la qualità è sacrificata alla quantità. Questo modo di agire può trovare una scusa, almeno relativa, nel carattere stesso dell'istruzione profana in questione, la quale in definitiva non rappresenta alcuna conoscenza nel vero senso della parola, e non contiene niente di minimamente profondo; quel che la rende nefasta è soprattutto il fatto che viene scambiata per ciò che non è, che tende a negare tutto ciò che la supera e soffoca così tutte le possibilità riguardanti una sfera più elevata. Ma ciò che è forse ancora più grave e sul quale vogliamo particolarmente richiamare qui l'attenzione, è che certuni credono di poter esporre dottrine tradizionali prendendo in qualche modo a modello quella stessa istruzione profana, e applicando loro considerazioni che non tengono in alcun conto la natura stessa di quelle dottrine e delle differenze essenziali che esistono fra esse e tutto ciò che oggi è designato con i nomi di «scienza» e di «filosofia»; si tratta di una penetrazione dello spirito moderno persino in cose cui esso si oppone radicalmente per sua stessa definizione, e non è difficile capire quali possano esserne le conseguenze devastanti, anche all'insaputa di coloro che, spesso in buona fede e senza intenzione precisa, si fanno strumenti di una simile penetrazione.
Di quanto abbiamo appena detto abbiamo avuto recentemente un esempio abbastanza sorprendente sotto più di un aspetto: infatti non si può evitare un certo stupore nel veder affermare senza preamboli che «per lungo tempo in India si è ritenuto che certi aspetti dell'insegnamento vedàntico dovevano essere tenuti segreti», che «la volgarizzazione di certe verità era reputata pericolosa» e che «avevano persino proibito di parlarne al di fuori di una piccola cerchia di iniziati». Naturalmente non vogliamo citare nomi, perché questo caso ha per noi solo un valore di esempio che serve a «illustrare» una certa mentalità; ma bisogna almeno dire, per spiegare il nostro stupore, che queste asserzioni provengono non da un orientalista o da un teosofo qualsiasi, ma da un indù di nascita. Ora, se c'è un paese dove si è sempre pensato che il lato teorico delle dottrine (è chiaro infatti che qui non si tratta affatto di «realizzazione» e dei suoi mezzi specifici) poteva essere esposto senz'altra riserva che quella dell'inesprimibile, è proprio l'India; inoltre, data la costituzione stessa dell'organizzazione tradizionale indù, non vediamo chi potrebbe avere in essa l'autorità per proibire di parlare di una cosa o di un'altra; in realtà, ciò può avvenire solo ove ci sia una netta distinzione fra esoterismo ed essoterismo, e non è il caso dell'India. Non si può nemmeno dire che la «volgarizzazione» delle dottrine sia pericolosa: sarebbe semmai semplicemente inutile, anche nel caso fosse possibile; ma in realtà le verità di quest'ordine resistono per loro natura a ogni «volgarizzazione»; per quanto chiaramente vengano esposte, le comprendono solo coloro che sono qualificati a comprenderle e, quanto agli altri, è come se esse non esistessero. D'altronde è noto ciò che noi stessi pensiamo dei presunti «segreti» cari agli pseudo-esoteristi: una riserva nell'ordine teorico può essere giustificata solo da considerazioni di semplice opportunità, dunque da ragioni puramente contingenti; e un segreto esteriore qualsiasi non può in fondo mai avere che il valore di un simbolo e anche, a volte, di una « disciplina» che può pure essere di qualche giovamento... Ma la mentalità moderna è tale da non poter sopportare alcun segreto e nemmeno alcuna riserva; sono cose la cui portata e il cui significato le sfuggono completamente, e riguardo alle quali l'incomprensione genera del tutto naturalmente l'ostilità; purtuttavia il carattere propriamente mostruoso di un mondo dove tutto fosse diventato «pubblico» (diciamo «fosse» perché, infatti, non siamo ancora a questo punto, nonostante tutto) è tale da meritare da solo uno studio speciale; ma non è il momento di abbandonarci a certe «previsioni» forse troppo facili, e diremo soltanto che non possiamo fare a meno di compiangere gli uomini che sono caduti così in basso da essere capaci, letteralmente oltre che simbolicamente, di vivere in «alveari di vetro».
Riprendiamo la serie delle nostre citazioni: « Oggi non si tiene più conto di quelle restrizioni; il livello medio della cultura si è alzato e gli spiriti sono stati preparati a ricevere l'insegnamento integrale». E qui che appare con tutta la chiarezza possibile la confusione con l'istruzione profana, designata dal termine «cultura», che ai nostri giorni è diventato in effetti uno dei più frequenti; è qualcosa che non ha il minimo rapporto con l'insegnamento tradizionale né con la capacità di riceverlo; inoltre, così come il cosiddetto innalzamento del «livello medio» ha come contropartita inevitabile la scomparsa dell'élite intellettuale, si può dire che quella «cultura» rappresenta esattamente il contrario di una preparazione all'insegnamento in questione. Ci chiediamo del resto come un indù possa ignorare completamente a qual punto del Kali-Yuga ci troviamo attualmente, tanto da affermare che «è venuto il tempo in cui l'intero sistema del Vedánta può essere esposto pubblicamente», mentre la minima conoscenza delle leggi cicliche obbliga invece a dire che i tempi sono meno favorevoli che mai; e, se questo sistema non ha mai potuto essere «messo alla portata della maggioranza degli uomini», per la quale d'altronde non è fatto, non potrà certo esserlo oggi, perché quella « maggioranza degli uomini » non è mai stata così totalmente incapace di comprenderlo. La verità è che, per questa stessa ragione, tutto ciò che rappresenta una conoscenza tradizionale veramente profonda e corrisponde a ciò che un «insegnamento integrale» deve comportare, si fa sempre più difficilmente accessibile in ogni luogo; di fronte all'invasione dello spirito moderno e profano, è fin troppo evidente che non potrebbe essere altrimenti; come dunque si può misconoscere la realtà al punto di affermare tutto l'opposto con tanta tranquillità, come se si enunciasse la più incontestabile delle verità?
Le ragioni presentate per spiegare l'interesse che può esservi oggi a diffondere l'insegnamento vedàntico non sono meno straordinarie: in primo luogo si fa valere al riguardo « lo sviluppo delle idee sociali e delle istituzioni politiche »; anche se fosse davvero uno « sviluppo» (e si dovrebbe comunque precisare in quale senso), è qualcosa che non ha rapporto con la comprensione di una dottrina metafisica più di quanto ne abbia la diffusione dell'istruzione profana; del resto è sufficiente vedere, in qualsiasi paese dell'Oriente, quanto le preoccupazioni politiche, là dove si sono introdotte, nuocciano alla conoscenza delle verità tradizionali, per pensare che sarebbe più giustificato parlare di incompatibilità, almeno di fatto, che non di accordo possibile fra quei due «sviluppi». Non vediamo proprio quali legami la «vita sociale », nel significato puramente profano in cui la concepiscono i moderni, potrebbe avere con la spiritualità; essa li aveva invece quando era inserita in una civiltà tradizionale, ma è stato proprio lo spirito moderno a distruggerli, o che mira a distruggerli là dove ancora sussistono; allora, che cosa ci si può aspettare da uno « sviluppo » che ha come suo tratto più caratteristico di andare in senso contrario a ogni spiritualità?
Si invoca anche un'altra ragione: «Peraltro, accade per il Vedánta come per le verità della scienza; oggi non esiste più alcun segreto scientifico; la scienza non esita a pubblicare le scoperte più recenti». Infatti, la scienza profana è fatta solo per il «grande pubblico», ed è questa tutta la sua ragion d'essere. È chiaro che essa non è in realtà niente di più di ciò che sembra essere, poiché, non possiamo dire per principio ma piuttosto per assenza di principio, rimane soltanto alla superficie delle cose; certo non c'è in essa niente che valga la pena di essere tenuto segreto o, più esattamente, niente che meriti di essere riservato all'uso di una élite, e del resto questa non saprebbe che farsene. Ma quale equiparazione è mai possibile fra le presunte verità della scienza profana e gli insegnamenti di una dottrina come il Vedánta? È sempre la stessa confusione, ed è lecito chiedersi fino a che punto chi la crea con tanta insistenza possa avere la comprensione della dottrina che vuole insegnare; in ogni caso, asserzioni di tal genere possono solo impedire quella comprensione in coloro ai quali l'insegnamento è rivolto. Fra lo spirito tradizionale e lo spirito moderno non può esservi in realtà alcun accordo; ogni concessione fatta al secondo è necessariamente a spese del primo, e non può provocare altro che un impoverimento della dottrina, anche quando le sue conseguenze non giungano al risultato più estremo e anche più logico, ossia a una vera e propria deformazione.
Si osserverà che in tutto questo noi non prendiamo affatto in considerazione i pericoli ipotetici che potrebbe presentare una diffusione generale della vera conoscenza; quello che affermiamo è l'impossibilità pura e semplice di tale diffusione, soprattutto nelle condizioni attuali, perché il mondo non ne è mai stato più lontano di quanto lo sia oggi. Se tuttavia si volesse a ogni costo insistere a parlare di pericoli, diremmo questo: un tempo, esponendo le verità dottrinali così come sono e senza alcuna «volgarizzazione», si rischiava talvolta di essere capiti male; oggi si rischia soltanto di non essere più capiti affatto; forse è meno grave in un certo senso, se si vuole, ma non vediamo che cosa possano guadagnarci i partigiani della diffusione.

«Études traditionnelles », maggio 1940.

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