«Finalmente»

Autore

Servadio, Emilio

È stato detto più volte - e dovrebb'essere ben chiaro e noto a tutti i Massoni - che sulle espressioni dei Rituali, e persino su certe loro singole parole, si può meditare all'infinito. Vorrei proporre alla mia stessa e all'altrui meditazione un «semplice» avverbio: quel «finalmente» che nell'apertura dei lavori in Grado di Maestro qualifica la sovrapposizione del Compasso alla Squadra.

Del Compasso, in termini muratori, qualcuno ha detto che anziché parlarne, è d'uopo adoperarlo. È vero - e lo stesso si potrebbe dire della libertà. Chi l'ha raggiunta e conquistata non ne discetta: la attua.
Ma al pari della libertà, il Compasso si deve conquistare.

Nel primo Grado, il Compasso è una pura virtualità. Sottende la Squadra - certo - così come la Potenza sottende la Norma. La «rettitudine» della Squadra non ammette deviazioni o alternative, blocca e delimita il lavoro dell'Apprendista, che anela - ovviamente - alla libertà, ma che sa quanto gli resti da sgrossare e compiere prima di potervi accedere. Triste quell'Apprendista a cui fosse affidato prematuramente il Compasso!

Nel secondo Grado, il Compasso insinua una delle sue seste sopra un braccio della Squadra, la quale, perciò, sembra riceverne quel fremito e quella «espansione» che nel Grado d'inizio erano impensabili. È il passaggio dalla prima alla seconda dimensione. Posto idealmente sul tetto squadrato della pietra cubica, il Compagno d'arte la percorre in lungo e in largo, squadra e inquadra la sua gioia, guarda con venerazione e amore la sua Stella.

Cinque gradini - oh, quanto faticosi! E poi...

E poi, per chi è giunto nella Camera centrale, la liberazione meritata e giusta. Il Maestro si è sottratto alla perpendicolare, come alla pratica orizzontalità dei riquadri. La pietra cubica è lì, levigata e immobile, da adoperare e collocare secondo i suoi disegni. Il Compasso non ha più rèmore, né condizioni. Lo si può impugnare, aprire, dilatare, restringere, richiudere, puntare con decisione sulla tavola da disegno. Si possono progettare, delineare nuovi e impensati aspetti architettonici del Tempio. La Squadra è ormai dominata, strumentalizzabile, ribaltabile ad libitum. La consapevolezza della massima responsabilità raggiunta nella libertà non può impedire al Maestro il sentimento interiore dell'esser diventato signore della Norma, della propria Norma...

Finalmente.

«Rivista Massonica» - N° 4 – Aprile 1971 – Vol. LXII – VI della nuova serie – pp. 215-216.